un po' di cazzi miei

Mamma mia, la tecnofobia!

10/09/2015

L’altra sera sono andata sul sito Macchianera per tenermi aggiornata sulle minchiate (e non solo) più famose della rete ed esprimere il mio voto al Macchianera Italian Awards (premio destinato ai migliori siti, blog, community e personaggi social del 2015). Leggendo diligentemente in ordine dall’alto verso il basso, le prime nomination sono miglior rivelazione. Ed essendo uno dei miei passatempi principali prendere in giro i miei genitori sono stata subito incuriosita dalla pagina FB Mamme che scrivono messaggi su WhatsApp.

Ma dopo averla attentamente spulciata mi sono sentita abbastanza vecchia. Anzi, molto. Più vecchia di quando gli amici sgranano gli occhi e mi dicono: “Hai dei capelli bianchi!” – ma dai, non me ne ero accorta, grazie. Più vecchia di quando i ragazzini mi danno del lei e la prima risposta che mi viene in mente “Ma vaf*****lo”- e non lo dico solo perché sono beneducata.

Addirittura mi sono sentita più vecchia di quando dico a mio figlio “Amore, ce la fai a non sporcarti per favore”

Si, decisamente più vecchia. Perché se una cosa succede direttamente a me posso sfruttare la mia prima dote –  continuare imperterrita a sentirmi tanto tanto giovane – e attivare la mia seconda dote – fregarmene di tutto e tutti – e dimenticare l’accaduto in 30 secondi. Ma se devo pensare a MIA mamma che manda messaggi su WhatsApp, allora rischio di entrare nel baratro della disperazione.

Solo all’idea di MIA mamma che manda messaggi su WhatsApp mi da la sensazione di vivere in un universo parallelo, in un futuro prossimo lontano, in una galassia ai confini di sticazzi.

Per intenderci, non che non ci siano stati dei tentativi di approccio alla tecnologia da parte di mia madre. In rari momenti della sua vita, incitata dal mio ottimismo si è sentita un essere tecnologicamente evoluto. Ha persino imparato a leggere le e-mail. Ma quei momenti sono stati davvero rari, e brevi. Dopo si è subito rintanata, stretta stretta vicina a mio padre, nella tecnofobia che li contraddistingue.

Ricordo perfettamente i primi messaggi che ho ricevuto da parte loro –  quelli sullo schermo verde con scritte a quadratini stile Olivetti.

Il testo era Matilde. Matilde e basta. Non “Matilde chiamami”, “Matilde come stai”, “Matilde sei una str***a”.  Dopo accurate indagini ho scoperto che nello scrivermi Matilde paragonavano l’sms a un arcaico segnale di fumo, o a un razzo luminoso d’emergenza: il reale significato del mio nome inviato via sms era “sta succedendo qualcosa, mettiti in contatto con noi”. Non avevano capito che in un messaggio puoi scrivere anche più parole e inviare, come dice la parola stessa, un messaggio.

Da li ci sono stati piccoli miglioramenti, ma nulla di significativo. Finché quest’estate non ho passato a mia mamma il mio vecchio iPhone.

Panico. Mio padre fissa guardingo questo aggeggio infernale e poi mi lancia una sguardo carico di disprezzo, convinto che io abbia definitivamente rovinato la loro vita.

Mia madre è entusiasta, è felice: potrà vedere le foto di suo nipote sul telefono. Wow.  Ma ha paura di toccarlo, crede che qualunque cosa schiacci possa avviare l’autodistruzione (non del telefono, del mondo intero).

Il lato positivo è che in effetti io le foto su WhatsApp gliele mando e la cosa la rallegra molto. Ma secondo voi, mi risponde a sua volta con un messaggio?

No. Lei mi telefona per dirmi che le ha ricevute.

Grazie mamma, lo sapevo. Su Whatsapp si vede se il destinatario ha ricevuto il messaggio. Davvero? Si davvero! E come si fa?? Lascia stare, telefonami pure. Ma io ce l’ho Wathapp??? Certo mamma, altrimenti non ti manderei le foto. Davvero???? E come faccio ad averlo???? Mamma, te l’ho installato quando ti ho dato il telefono. E come hai fatto????? Mamma, ho premuto installa sull’App Store. Su cosa?????

Questa conversazione va avanti all’infinito. O almeno finché non mi metto a parlare di vestiti che non abbiamo, di viaggi che non faremo, o di quanto è bello e intelligente suo nipote.

Ma il vero paradosso, la punta di diamante del rapporto tra i miei genitori e gli smartphone è stato raggiunto quando sono andati in vacanza quest’estate. Già da tempo il tarlo del navigatore li rodeva, le domande “ma c’è quella cosa che ti dice dove devi andare” erano all’ordine del giorno. Almeno 3 volte abbiamo affrontato l’argomento, ma 1 punto chiave non ha fatto breccia nelle loro tecnofobe menti: premere AVVIO per far partire la navigazione.

Ciò che segue è un dialogo allegramente ricostruito dalla sottoscritta sulla base dell’allegro racconto di due allegri settantenni di ritorno dalla montagna. Ovviamente alcune parti sono di fantasia, ma credo che la realtà possa essere stata solo peggio. Per rispetto della privacy dei miei genitori cambierò leggermente i loro nomi: mamma Piera, papà Teo. A voi.


Teo: Secondo me si va di qua.

Piera: Accendiamo il coso, dai. Aspetta che metto l’indirizzo.

Teo: Allora?

Piera: Non lo so, non parla.

Teo: Ma vedi qualcosa?

Piera: Si, c’è un pallino, sembra che si muova.

Teo: Senti, secondo me devo girare. Io giro.

Piera: Teo, anche il pallino ha girato!!!!

Teo: Ma non dovrebbe dirci lui dove girare ?

Piera: Teo, però il pallino si muove. Quindi funziona?

Teo: Beh, provo a girare di qua.

Piera: Teo, ha girato di nuovo anche il pallino. Il pallino ci segue!!!!


Finite le vacanze, appena ci siamo rivisti, mi hanno chiesto come mai il pallino li seguisse. Gli ho spiegato che loro erano il pallino, ma non sono sicura che abbiano LORO capito.

Quello che ho finalmente capito IO è che mia mamma non mi scriverà mai messaggi su WhatsApp. Non lo posso pretendere. Ma non per questo fa meno ridere delle mamme che scrivono messaggi su WhatsApp.


That’s all Folk(o)

 

You Might Also Like

No Comments

Leave a Reply